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Gaza, a tre anni dall’inizio della guerra, Romanelli: è assolutamente necessario parlare di pace e giustizia
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“Dopo tre anni di guerra, 74.000 morti, dei quali oltre 20.000 bambini, è assolutamente necessario parlare di pace. È assolutamente necessario parlare di giustizia. È assolutamente necessario gridare ‘basta!’”. Padre Gabriel Romanelli, parroco della chiesa della Sacra Famiglia, l’unica cattolica della Striscia di Gaza, parlando al Sir, non usa mezzi termini per descrivere la gravità della situazione sul terreno.
“La questione è nelle mani di coloro che hanno il potere politico e che devono fare ciò che è necessario per arrivare a decisioni concrete: permettere l’ingresso degli aiuti umanitari e non soltanto qualche aiuto occasionale, un po’ di cibo, un po’ d’acqua o qualche medicina”.
“Occorre che la guerra venga realmente fermata”. “I 2,3 milioni abitanti di Gaza siano trattati da esseri umani”. Per il sacerdote di origini argentine, la pace non può limitarsi all’assenza dei bombardamenti. “Dal cessate il fuoco dello scorso anno i bombardamenti a tappeto sono cessati. Ma non basta. Questo non significa pace”. Anche di fronte a una tragedia così lunga, il parroco invita a non cedere alla disperazione: “È difficile, sì. Ma non è impossibile. La verità alla fine vince sempre e la giustizia trova sempre la sua strada.
Dobbiamo continuare a compiere gesti concreti e a convincere il mondo che tutto questo non serve al bene né di Israele né della Palestina”. Secondo il
sacerdote, il rischio è che la politica e le analisi geopolitiche facciano dimenticare il volto delle persone. “Quando si parla degli Stati e dei popoli si rischia di dimenticare la cosa essenziale: stiamo parlando di persone. Di milioni di persone che attendono l’inizio di una nuova fase”. L’attendevano anche Maysa Khader Ibrahim and Mary Hafez Michel Najjar, due donne cristiane uccise da un raid israeliano la notte del 2 ottobre. “A Gaza non esiste un solo luogo sicuro. Non si è al sicuro nelle case, non si è al sicuro per strada, non si è al sicuro da nessuna parte. E non si è al sicuro nemmeno nelle chiese”.
Dall’inizio della guerra sono morti 62 cristiani, cattolici e ortodossi. “Venticinque di loro sono stati uccisi dai bombardamenti o dal fuoco dei cecchini. Molti avevano cercato rifugio proprio nei luoghi che ritenevano più sicuri – rimarca il parroco -. Questa è la realtà che vivono tutti gli abitanti della Striscia. La gente è esausta. Chiede la pace. Chiede che questa guerra finisca davvero”. Colpisce, aggiunge padre Romanelli, “la capacità della popolazione di mantenere viva la fede. Le persone qui sono credenti. Sanno che il Signore non fa la guerra: la guerra la fanno gli uomini.
Se c’è una crisi, riguarda piuttosto la fiducia nell’umanità”. Infatti, riconosce il religioso, “in molti avvertono una profonda sensazione di abbandono. La gente dice: ‘Non abbiamo più nessuno a cui chiedere aiuto. Non abbiamo più nessuno a cui chiedere di avere compassione, di aprire le frontiere, di trasformare i cuori di pietra in cuori di carne e di lasciare entrare tutto ciò che è assolutamente necessario’”. Romanelli osserva che una delle ferite più profonde non è soltanto la distruzione materiale. “Qui ci sono più di due milioni di persone che aspettano tutto, assolutamente tutto, e che vedono la passività del mondo”. “Una delle cose che sta uccidendo maggiormente la speranza e la vita delle persone a Gaza è proprio questa passività, l’inerzia, l’indolenza, l’indifferenza nel senso peggiore del termine: il non fare ciò che andrebbe fatto”.
“La questione dell’acqua resta un’emergenza assoluta”, ribadisce il parroco. E adesso, alle difficoltà già esistenti si aggiunge l’arrivo della stagione delle piogge. “Le piogge sono già cominciate. Qui la pioggia significa freddo, inverno, abbandono”. Paradossalmente, quello che in condizioni normali sarebbe un segno di benedizione si trasforma in un ulteriore problema per chi vive nelle tende o tra le rovine. “La gente si rallegra quando piove, ma la pioggia porta molte difficoltà nella vita quotidiana della maggior parte delle persone che vivono senza nulla”. Molte famiglie continuano a vivere in rifugi improvvisati, prive dei servizi essenziali e dipendenti dagli aiuti umanitari.
Tra i segni di resilienza che il parroco cita con maggiore convinzione c’è la scuola della parrocchia. “La scuola, compresa la scuola dell’infanzia, procede bene e continua a crescere. Le cose si stanno organizzando”. Le difficoltà però non mancano. “È molto difficile trasportare tanti bambini, tanti insegnanti e tanti giovani con strade praticamente inesistenti, mezzi insufficienti e senza carburante”. Ma nonostante tutto, la scuola continua a funzionare e ad allargarsi. Soprattutto, crea un clima molto bello tra le famiglie. La maggior parte degli alunni è musulmana e questo contribuisce a costruire un ambiente di convivenza e collaborazione”. L’istruzione non serve soltanto a colmare il vuoto lasciato dagli anni di guerra. Serve soprattutto a curare ferite profonde.
“Speriamo di poter aiutare tanti bambini e tanti giovani a ricostruire non solo la loro istruzione, ma anche la loro personalità e la loro vita. Molti portano i
segni del trauma”.
“Per assicurare persino ciò che è più elementare in una scuola bisogna lottare giorno e notte. È il caso dell’elettricità che spesso viene a mancare”. I blackout sono continui e la disponibilità di energia dipende spesso dai generatori e dalla possibilità di reperire carburante che ha costi altissimi. Anche garantire il funzionamento dell’asilo o degli autobus scolastici richiede uno sforzo costante.
“In questa guerra che dura ormai da tre anni, abbiamo bisogno di molta pazienza. Ho visto che molte persone qui a Gaza vivono questa pazienza come una vera virtù: attendono l’intervento di Dio, perché tutti i mezzi umani sembrano essersi esauriti”. L’immagine che meglio riassume questa speranza è
quella delle due palme che sorgono davanti alla chiesa della Sacra Famiglia, danneggiate dalle esplosioni.
Il parroco racconta un aneddoto: “Molti mi dicevano: ‘Padre, togliamole’. Ma ho risposto: ‘Lasciamole stare’. Sono anche un modo per ricordare ciò che è accaduto”. Contro ogni previsione, le palme non solo sono sopravvissute, ma hanno ripreso a dare frutto. “La palma è rifiorita e oggi i suoi datteri sono maturi. Ognuno di noi attraversa molte prove nella vita, ma deve cercare di rimanere saldo, fedele e sereno, come una palma che rallegra il deserto. Queste due palme sono rimaste in piedi e hanno dato frutto. Continuano a darne. Ed è motivo di gioia”. In una Gaza ferita da tre anni di guerra, quella delle palme resta per padre Romanelli l’immagine più concreta della speranza: ferita, ma viva; piegata, ma non spezzata.
Redazione da Ag. di inf.



