“Ridestiamo l’identità”, nel ricordo del Pascoli a Messina: “i cinque anni migliori, più lieti, più sonanti d’armonie della mia vita”.

Redazione1
di Redazione1 dicembre 1, 2019 14:31

“Ridestiamo l’identità”, nel ricordo del Pascoli a Messina: “i cinque anni migliori, più lieti, più sonanti d’armonie della mia vita”.

Crediamo che conoscere e valorizzare meglio la storia e i meriti  della città in cui si vive, specialmente per noi messinesi, sia molto importante. Privati di tante memorie storiche, causa eventi distruttivi, abbiamo particolare bisogno di sentirci uniti nella consapevolezza di quella orgogliosa appartenenza che giova a ridestare  senso di valida messinesità. 

Ora, sotto questo profilo, pensiamo sia gradevole, oltre che stimolante della nostra matrice identitaria, sentire parlare con ammirazione di questa città da parte di personaggi illustri che, per diverso tempo, qui hanno vissuto. Un significativo motivo di compiacimento, dunque, non può non toccarci intimamente, per l’elogio rivolto a questa città da un insigne poeta di grande sensibilità, come il Pascoli, nel  ricordo del suo soggiorno messinese, di cui ci racconta lo storico Nino Principato. (A.M.)  

QUANDO GIOVANNI PASCOLI ABITO’ A MESSINA A PALAZZO STURIALE

timamente“Lo Stretto è bello e l’aria è buona sebbene molto scirocchevole. Però umidità non ce n’è punta”: queste le prime impressioni della sorella di Pascoli, la cara Mariù, in una lettera che invia alla sorella Ida a Santa Giustina, un paese vicino Ravenna. E il fratello Giovanni, di rimando, è entusiasta di trovarsi di fronte alla “[…] bella falce adunca, che taglia nell’azzurro il più bel porto del mondo […]”, tra “[…] il bel monte Peloro verde di limoni e glauco di fichidindia e l’Aspromonte che, agli occasi, si colora d’inesprimibili tinte”. I due erano giunti a Messina nel gennaio del 1898, quando Giovanni Pascoli fu chiamato ad insegnare Letteratura Latina presso l’Università.

Il primo alloggio messinese che prendono a pigione è un appartamento al secondo piano di via Legnano, al numero civico 66. È un’abitazione con gran numero di stanze, al punto che solo poche di esse vengono occupate, però ci sono solo fornelli e manca il camino, particolare che non sfugge a Mariù che se ne lamenta nella lettera alla sorella Ida. La prima, entusiastica impressione di Messina, muta completamente in negativo: ad aggravarla, anche la malattia di tifo contratta nel marzo dello stesso anno mangiando cozze a Ganzirri. Mariù è furibonda, preoccupatissima della salute del fratello, e in un’altra lettera scrive: “[…] io odio Messina e il suo bel cielo, sempre nuvolo […] e il suo bel mare, che non vedo e il suo popolo […] paghiamo carissima anche l’aria che puzza di concerie e di gas […] bisogna cuocere tutto […]”.

E il Pascoli, costretto a letto per due settimane e poi gravemente ricaduto, scriverà a sua volta all’amico Luigi Pietrobono, il 19 settembre 1899: “Sa che il primo anno di Messina rischiò di essere l’ultimo? Avemmo tutti e due il tifo, e io ebbi una ricaduta, che dava poco a sperare”. Ma dopo la guarigione del poeta, nel mese di giugno, Mariù torna nuovamente di buon umore riconciliandosi con la città. Trascorse le vacanze estive a Castelvecchio di Barga (in provincia di Lucca) nella sua “diletta bicocca”, come amava definirla, Pascoli ritorna a Messina nel novembre del 1898, senza la sorella Mariù, che lo raggiungerà poi in occasione delle festività natalizie. Lasciata la casa di via Legnano, va ad abitare in un appartamento di Palazzo Sturiale in piazza Risorgimento (oggi popolarmente nota come “piazza Don Fano”) al numero civico 162.

La zona è quella di nuova espansione a sud di Messina e l’alloggio è “[…] moderno, abbastanza vasto, e soprattutto sicuro contro il terremoto […]”, scrive Pascoli, dimostrandosi anche buon profeta perché l’edificio, scampato al sisma del 1908, è ancora in piedi, nonostante il sacco edilizio che ha stravolto e annientato questa città. Il poeta ne è talmente entusiasta che nell’invitare la sorella “Mariuccina” a tornare a Messina, le fa sapere che la casa “è pulitissima” e decanta la “[…] bella vista […] dalla cucina si vede il forte Gonzaga sui monti […] dall’altra finestra il mare, su l’Aspromonte […]”. E, ancora, definisce lo studio “stupendo” ed occupandosi personalmente dell’arredamento della nuova casa, promette che essa diventerà “[…] il più bell’alloggio di […] tutta Messina”.

Palazzo Sturiale, con al pianoterra ancora la tipologia della “casa e putìa” e ai piani superiori le abitazioni più evolute, tipiche della classe agiata, ha un portinaio d’eccezione, tale Giovanni Sgroi. Pascoli gli si affeziona, anche se lo definisce “[…] aborto di Polifemo: guercio, zoppo, piccolo […]” e, dopo il terremoto del 1908, si ricorderà di lui e della sua grande bontà d’animo, inviandogli una grossa somma di denaro e una lettera dove esprime l’augurio che “[…] la nostra Messina […]” risorga “[…] più bella di prima […]”.

Nei momenti liberi, il poeta ama passeggiare per la città, in compagnia del collega Manara Valgimigli: sue mete preferite, la Palazzata minutoliana, la Pescheria, la spiaggia di Maregrosso da dove ammira il “Fretum Siculum” e il mare, quel mare che “Se ci tuffi una mano, gocciola azzurro”. E il contatto con i messinesi, come quella volta che gli si avvicinò una bimbetta, povera di stracci e col visino smunto, a chiedergli “Vossia mi dugna un sciuri”: non elemosina, ma uno dei fiori che il poeta teneva in mano. Alla fine di giugno del 1902, Pascoli e Mariù partirono definitivamente da Messina.

La notizia della terribile catastrofe del 1908 li sconvolge, li fa soffrire con autentico dolore di figli, e le parole più belle, il poeta le rivolge a questa sua cara città: scrivendo a Ludovico Fulci il 5 luglio 1910, dirà “Io [a Messina, n.d.a.] ci ho passato i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie della mia vita”.

Nino Principato

 

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