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Alluvione Nepal: don Bogati: “unire le mani” per “sostenere questo popolo che soffre”. La Chiesa è presente con Caritas Nepal
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“Pregate per il mio Paese”. E’ l’appello che arriva da don Silas Bogati, amministratore apostolico del Vicariato cattolico del Nepal, attraverso il Sir mentre il Paese asiatico affronta una delle più gravi tragedie degli ultimi decenni. Una alluvione che ha colpito la regione provocando 469 morti e oltre 2000 dispersi mentre proseguono le operazioni di soccorso. Tra i dispersi figurano 644 cittadini stranieri: 3 gli italiani. Un bilancio che continua ad aggravarsi con il passare delle ore. Tra le persone di cui non si hanno notizie ci sono residenti, turisti, pellegrini e lavoratori. I feriti, molti dei quali recuperati tra le macerie dei villaggi spazzati via dall’acqua e dal fango, sono stati trasportati in condizioni difficili verso i centri sanitari ancora raggiungibili, mentre decine di ponti crollati impediscono l’accesso a intere comunità.
La piena, generata dal collasso improvviso di un ghiacciaio in quota, ha liberato una massa enorme di detriti che ha corso verso valle con una violenza inattesa, ci dice il sacerdote: “il fiume ha seminato distruzione lungo il suo corso. Intere comunità sono state sorprese senza possibilità di fuga, mentre le squadre di soccorso, ostacolate dal maltempo e da nuove frane, continuano a operare in condizioni estremamente complesse”.
“La situazione resta instabile”, spiega don Silas raggiunto telefonicamente dal SIR: “il rischio di ulteriori cedimenti non è escluso e le operazioni procedono
con grande cautela”. “Una mia conoscente – racconta – si trovava lungo un noto itinerario di trekking turistico quando l’acqua ha iniziato a scorrere impetuosa verso valle, vicino al confine tra Nepal e Tibet. Karen si era spostata verso un punto più elevato proprio mentre l’acqua precipitava giù; si è salvata per un soffio, ma è rimasta bloccata perché strade e ponti erano stati spazzati via. Questo a dimostrazione di quanto la furia del fiume abbia colto tutti di sorpresa, trasformando un percorso frequentato da pellegrini e turisti in un luogo pericoloso”.
Per don Silas “è fonte di profonda tristezza assistere a una devastazione così immane e alla perdita di tante vite umane. Provo – dice – dolore nel vedere così tante vittime e dispersi, e nel constatare un disastro di tali proporzioni”. Allo stesso tempo, il sacerdote riconosce i segni di
solidarietà che stanno arrivando da più parti: “sta arrivando un sostegno importante per aiutare le persone colpite. Alcuni enti hanno già risposto offrendo aiuto”. Il governo nepalese ha dichiarato l’area “zona colpita da disastro” per tre mesi e ha disposto cure mediche gratuite per i feriti, mentre esercito e volontari continuano a evacuare chi è rimasto intrappolato nelle zone più isolate. La Chiesa cattolica locale – ci spiega – è presente attraverso Caritas Nepal, che ha avviato interventi di emergenza con distribuzione di aiuti, assistenza alle famiglie isolate e sostegno alle comunità più vulnerabili.
Don Bogati (Amministratore apostolico del vicariato), “unire le mani” per “sostenere questo popolo che soffre” nelle parrocchie, nei centri di accoglienza, nei luoghi improvvisati di rifugio. “La fede ci sostiene e ci ricorda che non siamo soli”: nelle parrocchie, nei centri di
accoglienza, nei luoghi improvvisati di rifugio, la Chiesa “continua a essere madre che non abbandona nessuno”, sottolinea il sacerdote.
Nell’area colpita vivono circa venticinque famiglie cattoliche mentre nel Paese i cattolici sono meno di 10mila con 13 parrocchie, quattro delle quali nella capitale Kathmandu. Una comunità che in queste ore prega con particolare intensità. “È la seconda volta che questa regione viene colpita da un disastro simile”, spiega il sacerdote, “ma questa volta le proporzioni sono enormi. La natura ha mostrato la sua potenza distruttiva, ma la fede mostra la sua capacità di resistere”. Don Silas sottolinea anche la forza della comunità locale, che nonostante la devastazione continua a sostenersi reciprocamente, condividendo quel poco che è rimasto e cercando di mantenere viva la speranza. “Occorre unire le mani, elevare lo sguardo, sostenere questo popolo che soffre”.
Redazione da Ag. di inf.



