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Solennità di Cristo Re dell’Universo. “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, Egli separerà gli uni dagli altri”
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Nell’ultima domenica dell’Anno liturgico, si celebra la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo. Questa meta ci era stata indicata nella prima domenica di Avvento e oggi vi giungiamo; e dato che l’anno liturgico rappresenta la nostra vita in miniatura, questa esperienza ci ricorda, e ancor prima ci educa, al fatto che siamo in cammino verso l’incontro con Gesù, Sposo, quando Egli verrà quale Re e Signore della vita e della storia. Stiamo parlando della sua seconda venuta. La prima è nell’umiltà di un Bimbo deposto in una mangiatoia; la seconda è quando tornerà nella gloria, alla fine della storia, venuta che celebriamo in atto liturgicamente. Ma c’è anche una venuta intermedia, quella che stiamo vivendo noi oggi, in cui Gesù si presenta a noi nella Grazia dei suoi Sacramenti e nel volto di ogni “piccolo” del vangelo (cfr “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli…Mt 18,2; quando siamo invitati a riconoscere Gesù nel volto dei fratelli e delle sorelle, il tempo in cui siamo invitati a trafficare i talenti ricevuti, ad assumerci ogni giorno le nostre responsabilità). E lungo questo cammino, la liturgia si offre a noi quale scuola di vita per educarci a riconoscere il Signore presente nella vita quotidiana e prepararci per l’ultima sua venuta.
“Venite benedetti…Via lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli”. Benedizione e maledizione non sono decisioni, una “presa d’atto” del Re, il
quale non fa che “fare i conti”, non fa che svelare di quanto ciascuno è stato e ha fatto; di quanto ci si è presi cura del fratello. All’inizio del vangelo, al cap 1,23, l’evangelista Matteo scrive: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa “Dio con noi”, e, a conclusione del vangelo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”). È dentro questa cornice che va dunque letto e compreso il “giudizio universale” che la liturgia oggi ci fa contemplare.
Gesù, l’Emmanuele, il Dio con noi, è veramente “con noi” fino alla fine del mondo. Lui c’è. Ma dov’è? Come riconoscerlo presente e attivo nella nostra vita? Per trovarlo è necessario seguire i passi di Gesù, coltivare i suoi sentimenti, che spesso non sono i nostri. Come non ricordare quando Gesù confidò ai suoi discepoli che lo attendeva la morte in croce, e Pietro lo rimprovera; Gesù allora lo allontanò dicendogli “lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Dobbiamo ricordare sempre che siamo nel mondo, ma non del mondo. E proprio perché è così facile lasciarsi sviare dalla retta via: “Correvate così bene, chi vi ha tagliato la strada?”, è importante tenere fisso lo sguardo su Gesù, per evitare di perderci Lui c’è. La nostra vita non è dunque orientata dal caos, ma da una Presenza che è Vita e che ci ha mostrato la Via.
L’Anno liturgico è il simbolo del cammino della nostra vita: ha un suo inizio e ha un suo termine, nell’incontro con il Signore Gesù, Re e Signore, nel regno dei Cieli, quando vi entreremo attraverso la porta stretta di “sorella morte” (san Francesco). Ebbene, all’inizio dell’anno liturgico (la I domenica di Avvento), ci è stata mostrata in anticipo la meta verso cui avremmo mosso i nostri passi. Come se in vista di un esame ci fossero state date, un anno prima, le risposte alle domande! Questo sarebbe stato un esame truccato; nella liturgia, invece, questo è un dono di Gesù, Maestro, perché ci permette di sapere quale strada intraprendere (Gesù, Via), quale pensiero seguire (Gesù, Verità), da quale speranza lasciarci animare (Gesù, Vita).
La cosa che oggi colpisce dai testi ascoltati, è che l’esame ultimo verte sull’amore, sulla concretezza della vita, a partire dai suoi gesti più semplici, ordinari: avevo fame, avevo sete…Non gesti eroici, quindi, non gesti estranei alla vita di tutti i giorni e neppure gesti eclatanti. Ma la cosa bella che
emerge dal Vangelo, è che Gesù non solo è il Dio con noi fino alla fine del mondo, ma arriva ad essere il Dio in noi, a cominciare dai più piccoli: arriva a identificarsi in quanti sono nel bisogno, con ogni piccolo del vangelo, con ogni perseguitato (“Saulo Saulo perché mi perseguiti?”). Ogni gesto d’amore, quindi, è un gesto fatto “con Gesù”, perché in sua compagnia; “come Gesù”, perché lo si è imparato dal vangelo; ma pure “a Gesù”, perché ogni volta che si è fatto un gesto d’amore lo si è fatto “a Lui”.
Una cosa sorprende: nei “sei” gesti ricordati da Gesù, non c’è nessun gesto religioso o sacro, come lo intendiamo noi. Paiono tutti gesti “laici”, fatti per strada, in casa, dove capita, dove c’è bisogno, ma in realtà “non c’è più nulla di pro-fanum, che stia davanti o fuori del tempio, perché tutta la realtà è il grande tempio di Dio: nulla è profano e tutto è “sacro”, perché tutto è in funzione di Gesù” (L. Giussani). Questo è il culto bello reso a Dio, come anche si coglie in un altro passo del vangelo di Matteo: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono, e va prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono”; mercoledì delle ceneri: (Questo è il digiuno che voglio: liberare gli oppressi…). In fondo, se il culto dell’altare non è preceduto e accompagnato dal culto dell’amore verso il prossimo vale ben poco.
Redazione da s. di inf.



