Tornato dal sequestro, padre Maccalli si racconta: “La forza mi è venuta dall’alto”

Redazione1
di Redazione1 ottobre 23, 2020 22:09

Tornato dal sequestro, padre Maccalli si racconta: “La forza mi è venuta dall’alto”

In un’interessante e commovente intervista, padre Maccalli, liberato dopo più di due anni, in Mali, parla del  lungo periodo di prigionia sofferto in “silenzio, tristezza e isolamento da 41 bis” (nessuna comunicazione con l’esterno)”. Era stato rapito la notte del 17 settembre 2018 nella missione di Bomoanga, in Niger, da un gruppo armato. “Anche in catene ero missionario” dichiara con fermezza, “La forza mi è venuta dall’alto, ne sono convinto. Ho pianto, pregato e invocato Maria e lo Spirito Santo”. La notizia tanto attesa da oltre due anni arriva l’8 ottobre: “Padre Gigi Maccalli è stato liberato in Mali”. Dopo il sequestro, il missionario appartenente alla Società delle Missioni Africane (Sma), racconta al Sir come ha vissuto questa grande prova.

In un primo tempo ho pensato ad una rapina a mano armata. Quando ho chiesto loro chi erano, il giorno dopo, hanno detto che potevo chiamarli jihadisti o terroristi. Solo al 40° giorno quando ormai ero arrivato tra le dune del deserto del Sahara, mi hanno fatto un video dicendomi che ero stato rapito dal Gruppo di Sostegno all’Islam e musulmani (in sigla Gsim) una organizzazione fuoriuscita da Aqmi (Al Quaida au Maghreb Islamique).

La forza mi è venuta dall’alto, ne sono convinto. Ho pianto, pregato e invocato Maria e lo Spirito Santo. Sono stati 2 anni di grande silenzio, tristezza e isolamento da 41 bis (nessuna comunicazione con l’esterno). La mia più grande tristezza da missionario con 21 anni di presenza in Africa (10 in Costa d’Avorio e 11 in Niger) era vedere dei giovani (i miei carcerieri e sorveglianti) indottrinati da video di propaganda che inneggiavano alla Jihad e alla violenza. L’impegno per la formazione dei ragazzi e dei giovani che sono la forza viva e dinamica per un’Africa nuova o almeno diversa, per un’Africa non incatenata dalla corruzione e da tante ingiustizie… accusava un colpo, mi sono sentito sconfitto.

Più i giorni passavano e meno temevo una conclusione drammatica anche se mi ero preparato a tutto. Tranne una volta. Ho ricevuto una minaccia verbale, da parte di un mujahidin, di piantarmi una pallottola in fronte alla prima occasione propizia. Eravamo al nono mese di detenzione. Quella parola o promessa mi ha reso più guardingo ed attento. Mi son reso conto che ogni mia parola e gesto poteva essere letto come una provocazione.

La mia forza è stata la fede, che nella prova si è rafforzata. Non potevo celebrare l’Eucarestia, né leggere la Parola di Dio, ero spogliato di tutto e a volte incatenato, ma non così la mia fede. Ho attraversato la notte oscura e più volte ho gridato a Dio con Gesù sulla croce: “Padre, perché mi hai abbandonato?”. È stato un passaggio pasquale, ma ora sono risorto e posso cantare con il salmo 125: “Quando il Signore le nostre catene strappò ed infranse fu come un sogno, tutte le bocche esplosero in grida, inni fiorirono in tutte le gole”.

Per il fatto che alcuni miei compagni di sventura si sono convertiti, posso dire che è stato per convenienza. Un modo di tutelarsi contro il peggio perché è convinzione di questi mujahidin zelanti e fanatici musulmani che chi uccide un musulmano indifeso va dritto all’inferno. Con me ci hanno pure provato. Quando la richiesta era pesantemente insistente trovavo l’escamotage dicendo loro che sarà quando Dio vorrà, visto che tutto è scritto e a Dio non si comanda.

Fino all’ultima sera prima della liberazione un capo mi ha detto in francese: “Noi dobbiamo dirtelo ed avvertirti per il tuo bene per evitarti d’andare all’inferno. Allah chiederà conto di te anche a me: ma come, avete rapito un non-credente e non gli avete detto di convertirsi all’Islam?”. Li ho ringraziati per la loro sollecitudine e benevolenza verso di me, ma ho detto che resto discepolo di Gesù figlio di Maria e accetto il giudizio di Dio qualunque esso sia.

Quando mi hanno detto che l’incubo era finito, ho accolto l’annuncio con riserva perché già altre volte, ci avevano detto che entro poco sarebbe finita. Il 5 febbraio 2020 ci avevano dato anche una scadenza prossima: “Entro una settimana e forse anche meno sarete liberi”.   ma nulla è accaduto. A luglio e ad agosto ci hanno fatto 2 video e detto che probabilmente entro 10 o 20 giorni

saremmo partiti, duplice flop! Temevo che anche stavolta qualcosa andasse storto,

Circa il fatto che alcuni miei compagni di sventura si sono convertiti, posso dire che è stato per convenienza. Un modo di tutelarsi contro il peggio perché è convinzione di questi mujahidin zelanti e fanatici musulmani che chi uccide un musulmano indifeso va dritto all’inferno. Con me ci hanno pure provato. Quando la richiesta era pesantemente insistente trovavo l’escamotage dicendo loro che sarà quando Dio vorrà, visto che tutto è scritto e a Dio non si comanda.

Fino all’ultima sera prima della liberazione un capo mi ha detto in francese: “Noi dobbiamo dirtelo ed avvertirti per il tuo bene per evitarti d’andare all’inferno, di convertirti all’Islam. Li ho ringraziati per la loro sollecitudine e benevolenza verso di me, ma ho detto che resto discepolo di Gesù figlio di Maria e accetto il giudizio di Dio qualunque esso sia.

Quando mi hanno detto che l’incubo stava per finire ho accolto l’annuncio con riserva perché già altre volte, ci avevano detto che entro poco sarebbe finita ma nulla è poi accaduto. In quei giorni affidavo tutto alla Madonna del Rosario (7 ottobre) che scioglie i nodi.

I giovani jihadisti con cui sono stato in contatto, i miei guardiani e sorveglianti, mi fanno solo tanta tristezza. Sono quasi tutti analfabeti e indottrinati al miraggio di un ideale falsato di vivere appieno l’Islam, combattere per Allah e imporre a tutti i musulmani la sharia. Non porto rancore verso di loro per quanto mi hanno fatto subire, perché “non sanno quello che fanno”.

A colui che è stato il “responsabile” della nostra prigionia in questo ultimo anno e ci ha accompagnato personalmente fino al luogo della liberazione, ho augurato: “Che un giorno Dio ci faccia capire che siamo tutti fratelli”.

 

 

Redazione da Ag. di i.

 

 

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