Biografia di San Paolo. Nella rilettura del card. Ravasi: “Perchè il suo messaggio continua a farci riflettere”

Redazione1
di Redazione1 Gennaio 12, 2025 22:18

Biografia di San Paolo. Nella rilettura del card. Ravasi: “Perchè il suo messaggio continua a farci riflettere”

La vita e il pensiero dell’apostolo delle genti riletta dal porporato nel suo nuovo libro. Dalla visione interiore sulla via di Damasco al rigore del pensiero teologico, fino alla lezione di dialogo e coraggio per la Chiesa di oggi. «Ecco perché il suo messaggio continua a farci riflettere» (F.C.)

Pensi a San Paolo, da profano, e ti viene subito in mente la sua folgorazione sulla via di Damasco, la cecità improvvisa, la caduta da cavallo, il soccorso dei compagni, il buio fino a quando nella città siriana Anania gli impone le mani, la conversione. Un episodio che va ridimensionato, spiega il cardinale Gianfranco Ravasi, biblista, teologo, già prefetto della Biblioteca Ambrosiana, presidente emerito del Pontificio consiglio della cultura e del dialogo, lettore onnivoro e scrittore prolifico. L’ultima sua fatica è dedicata proprio all’apostolo delle genti (Ero un blasfemo, un persecutore e un violento, Raffaello Cortina editore). Una biografia che ha il pregio di sfatare anche alcuni miti: «San Paolo non è mai caduto da cavallo».

Ma come, lo si vede anche nel dipinto di Caravaggio, con il destriero che alza lo zoccolo per non calpestarlo mentre lui è a terra, supino, folgorato da una luce abbagliante … «Paolo non è mai caduto da cavallo, forse incespica, probabilmente questa esperienza interiore, mistica, narrata negli Atti degli apostoli lo fa vacillare e cadere. Ma la sua è una visione interiore. I testimoni che assistono a questa sua visione o se la fanno raccontare o la tramandano trasformandola, ma in realtà non c’è stato tutto quell’apparato che poi l’arte rende come una folgorazione esterna, un prodigio arrivato dall’alto. C’è una diversità abbastanza notevole da questa temperie artistica, che ama molto la teofania e il devozionale. Paolo invece rappresenta proprio Gesù Cristo, il nucleo fondamentale del cristianesimo. Non c’è dubbio. In questo senso parla anche di nuova creazione, quindi fa immaginare già il Paradiso».

Paolo è considerato il primo teologo della Chiesa. «Certamente. San Paolo usa non soltanto l’esperienza esistenziale, ma anche quella della riflessione intellettuale, è da rivalutare in un’epoca nella quale sempre di più, anche in ambito ecclesiale, c’è la tentazione di privilegiare piuttosto l’immediatezza». Cosa si intende per immediatezza? «Quella che si equivoca un po’ come pastorale, che invece è anch’essa una disciplina, che ha il suo statuto, ha anche i suoi percorsi intellettuali».

Ritroveremo le persone care nell’aldilà, anche gli animali?

«Ci sono due elementi da considerare. Da un lato, certamente, Paolo introduce una riflessione che per noi oggi, normalmente, è ardua». Perché è ardua questa riflessione? «Perché noi ragioniamo sull’oltrevita con categorie temporali e spaziali. L’oltrevita è l’eternità, la cosa lunga che non finisce.  Un luogo in cui esistono paradisi danteschi, giardini, tutti i simboli. E allora questo. rende difficile riuscire a capire la concezione di Paolo. Paolo invece insiste per illustrare questa una nuova creazione che va oltre lo spazio e il tempo. Romani 8 su questo è fondamentale. Una nuova dimensione. Con una nuova dimensione, nella quale non c’è più lo spazio e il tempo, vede anche la nostra corporeità che viene riproposta».

Il corpo rimarrà?

«La nostra identità rimane, anche il nostro corpo, ma non è più la corporeità caduca destinata a morire. E quindi c’è tutta una visione che comprende questo. Questa è l’elemento fondamentale della teologia paolina».

L’apostolo è noto soprattutto per la famosa frase “omnia munda mundis”. «È vero, la cita anche Manzoni nei “Promessi Sposi” mettendola in bocca a frase Cristofaro. Eccola, la concretezza. Paolo non è solo un teorico astratto. Io cito quel passo veramente forte di Renan quando dice che Paolo è il padre di tutti quelli che sono venuti dopo Agostino e Tommaso d’Aquino, grandi pensatori freddi, frigidi quasi, a differenza di Gesù che abbraccia la gente che incontra. Tutta la seconda parte della lettera ai Romani, sia pure in maniera minore, è di taglio etico, pastorale».

E allora qual è la lezione di San Paolo contro la crisi della Chiesa di oggi?

«Quello che Paolo propone è rischiare, mettersi in gioco, entrare nella piazza, ovvero l’agorà. Lui tenta di proporre il suo messaggio messianico persino all’aeropago di Atene, la patria del paganesimo, gli va anche male, ma non gli importa, tenta da altre parti, Filippi, Tessalonica, le grandi capitali di allora».

È questa la lezione attuale ancora oggi? Mettersi in gioco, guardare a nuovi confini?

«La lezione di Paolo oggi è composta da questi due elementi apparentemente ossimorici: da un lato il rigore, il rigore nel pensiero, nella morale, dall’altro l’interazione, il dialogo, anche con i fallimenti che comporta. Fallimenti oltretutto fino a un certo punto: ad Atene si convertono una nobildonna e un capo del re, allora vuol dire che qualche risultato lo ha ottenuto».

 

 

 

 

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