Suore anti-tratta (“Talitha Kum”): “Liberare donne, bambini e uomini dalle condizioni di schiavitù”.

Redazione1
di Redazione1 ottobre 4, 2019 19:01

Suore anti-tratta (“Talitha Kum”): “Liberare donne, bambini e uomini dalle condizioni di schiavitù”.

Sono enormi le disuguaglianze che caratterizzano l’umanità nel mondo di oggi, da cui derivano meccanismi che generano ingiustizia e quindi schiavitù disumane e globali. La tratta degli esseri umani è il terzo business illecito più redditizio dopo il traffico di droga e di armi: un fenomeno che riguarda direttamente almeno 40 milioni di persone, di cui Il 70% sono donne e bambini. Tra le cause che aggravano la situazione dell’orrendo mercato, la perdita delle attività di sostentamento e sgretolamento dei meccanismi di protezione sociale. Preziosa l’opera delle suore del “Talitha Kum”.

Papa Francesco ha incontrato in udienza privata le 86 delegate, provenienti da 48 Paesi, della rete delle religiose contro la tratta “Talitha kum”. Sono in questi giorni a Roma per l’assemblea generale in occasione dei dieci anni dalla nascita di questo grande network presente in 92 Paesi, con 44 reti nazionali nei cinque continenti. Dieci suore sono state premiate per il loro impegno: da Nigeria, Italia, Thailandia, Perù, Canada, Stati Uniti, Australia, Filippine, India. Tutte unite e determinate nella lotta a tutte le forme di schiavitù del XXI secolo, fenomeno che coinvolge nel mondo almeno 40 milioni di persone, di cui il 70% donne e bambini

Le chiamano suore anti-tratta, ma il termine è riduttivo rispetto all’impegno di frontiera, delicato e rischioso, che portano avanti da dieci anni tramite la rete Talitha Kum: liberare donne, bambini e uomini dalle condizioni di schiavitù in cui si trovano. Papa Francesco ha voluto incontrarle in udienza privata, durante l’assemblea generale che le ha portate a Roma dal 21 al 27 settembre. 86 delegate provenienti da 48 Paesi, tutte parte di questo grande network presente in 92 Paesi, con 44 reti nazionali nei cinque continenti. Dieci di loro sono state premiate per il loro impegno: da Nigeria, Italia, Thailandia, Perù, Canada, Stati Uniti, Australia, Filippine, India. Tutte unite e determinate nella lotta a tutte le forme di schiavitù del XXI secolo, fenomeno che coinvolge nel mondo almeno 40 milioni di persone, di cui il 70% sono donne e bambini.

La tratta delle spose in India. Tra le premiate c’è suor Jyoti Pinto, indiana di Mangalore, della Congregazione delle Sorelle del piccolo fiore di Betania, che ha sede proprio nella capitale dello Stato del Karnataka. Mentre era alla guida della sua congregazione ha contribuito alla nascita e alla crescita di Amrat-Talitha kum, che in sanscrito significa “dare vita”. Tant’è che ad oggi vi partecipano 70 congregazioni e 600 religiose. Suor Jyoti non si stanca di telefonare, scrivere, incontrare personalmente le superiori generali per chiedere loro di entrare a far parte della rete. Le suore indiane hanno a che fare con la tratta delle spose, con lo sfruttamento sessuale nei giri della prostituzione, con i bambini costretti a lavorare nelle fabbriche di mattoni, nell’edilizia, con gli uomini usati come manovalanza a basso costo nell’agricoltura.

La tratta delle spose, ad esempio, coinvolge migliaia di donne e ragazze provenienti dalle zone più disagiate dell’India, come gli Stati orientali di Orissa, Bihar, Jarkand, West Bengala. “In molti villaggi del nord, negli Stati di Punjab e Haryana, non ci sono donne perché preferiscono i figli maschi – racconta suor Jyoti -. Così le ragazze vengono adescate in altri Stati e trafficate a questo scopo”. Lo spostamento avviene attraverso agenzie legali e illegali che si occupano della ricerca della candidata giusta per conto delle famiglie, organizzano l’incontro, le feste di matrimonio. “Le ragazze – spiega –  vengono ingannate. Pensano di trovare una buona famiglia e un buon lavoro, non si rendono conto di essere vittima di tratta, di violenza e abusi sessuali.

Le suore anti-tratta hanno messo a disposizione un numero verde – 1818 – per denunciare eventuali situazioni, perché “le persone non devono essere né comprate né vendute”. Tra il 2010 e il 2018 sono state 6.574 le denunce, in continuo aumento. L’85% delle vittime erano donne e bambine, il 64% ha meno di 17 anni. La maggioranza sono peruviane.

Suor Maria Isabel Chavez Figueroa, peruviana, della Congregazione di Nostra Signora della Carità del Buon pastore lavora dal 1994 nel centro “Maria Agustina Rivas”, dove incontra giovani donne sfruttate a scopo di prostituzione. Anche lei ha ricevuto un premio per l’impegno profuso nel diffondere la rete in tutta l’America Latina. “Lavoriamo molto nella sensibilizzazione – dice al Sir -.

Facciamo lavoro di prevenzione con giovani e bambini”. In Perù ci sono tante bambine e donne in condizioni di vulnerabilità, abbandono, povertà e mancanza di educazione. “Vengono adescate nei villaggi con la promessa di un buon lavoro e portate nelle grandi città o nei centri minerari per farle prostituire, soprattutto a Madre de Dios e Puerto Maldonado – spiega suor Maria Isabel -. Gli uomini giovani della zona andina sono invece sfruttati come manovalanza nelle miniere d’oro”.

Da ex vittima a educatrice sociale con altre donne. “Vivo tutti i giorni con le donne vittime di tratta. È una sofferenza senza fine”. Helen sa bene di cosa parla, tant’è che durante il suo intervento all’assemblea è scoppiata in un pianto dirotto: “Siccome ho vissuto in prima persona queste sensazioni ringrazio Dio per essermi salvata”. Aveva 20 anni quando incontrò in carcere una religiosa di Talitha Kum che le diede fiducia e aiuto.

Arrivata in Italia dalla Nigeria con la promessa di un lavoro, si è ritrovata in strada, sottoposta a violenze fisiche e psicologiche e costretta a ripagare un debito enorme per il viaggio. Ora Helen è felice, ha un marito e due figlie e fa l’educatrice sociale in una località protetta in Sicilia. Aiuta altre donne ad uscire dalla situazione di schiavitù in cui si trovano.

 

 

 

Redazione da Ag. di I.

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