MESSINA E PROVINCIA – “Storie sensuose dei dolci siciliani” : un “gustoso” libro che parla dell’anima dei Siciliani, di monasteri, donne, dolori, gioie, e affetti. (di Fenia Abate)

Redazione1
di Redazione1 dicembre 17, 2016 22:54

MESSINA E PROVINCIA – “Storie sensuose dei dolci siciliani” : un “gustoso” libro che parla dell’anima dei Siciliani, di monasteri, donne, dolori, gioie, e affetti. (di Fenia Abate)

Durante le Festività Natalizie, sulla tavola dei siciliani appaiono  dolci daratteristici di antica tradizione, molti dei quali preparati secondo ricette provenienti da antichi monasteri, tramandate da suore di clausura, che spesso richiamano storie di santità.

“Storie sensuose dei dolci siciliani”: già il titolo con l’aggettivo “sensuose” esprime tutta la sicilianità delle storie di questi dolci. Non “sensuali”, cioè relative solo al piacere dei sensi sotto l’aspetto fisico, ma “sensuose”, cioè relative ad un godimento più raffinato e sofisticato, di natura anche estetica ed intellettuale. Perché quando mangiamo questi dolci, dice la stessa autrice “…(essi) ci regalano momenti di estasi… ci regalano sogni, prima da ammirare e poi da gustare, per perdersi nei sensi…”. E, poi, prosegue sempre l’autrice, “…(perché) è un libro che parla di donne…di amori…di dolori…di gioie…di affetti” (autrice: Loredana Elmo, di Capo D’Orlando; Ed. Mursia).
Non solo, ma nei dolci, ancor più che negli altri cibi, si trova tutta l’anima dei siciliani: la loro storia, i loro miti, la loro cultura, i loro valori, il loro modo di vedere la vita con i suoi contrasti, la loro cassatineironia, le loro emozioni a tinte forti, la loro dolcezza, la loro sensualità. Questo perché, perdendo in gran parte la funzione di sostentamento (funzione primaria per gli altri cibi), si agganciano a istanze più profonde della psiche, impregnandosi, quindi, di significati simbolici.

Per i siciliani il cibo è un vero e proprio rito, qualcosa che va oltre la semplice convivialità. Come diceva in un suo sketch il comico Sasà Salvaggio, con l’ironia tipica della sua terra, ai siciliani si può togliere tutto, persino il letto, ma non “u manciari”. Il mangiare è sacro. Quasi un culto (come lo descrive simpaticamente Fleri), con il suo tempio (la cucina), il suo sacerdote (la cuoca), la liturgia (il pranzo) e i fedeli (i commensali). Un culto che raggiunge la sua più alta espressione nella preparazione dei dolci. Tanto più che la maggior parte di questi sono stati creati proprio nei monasteri. Come apprendiamo da questo libro, ad esempio, la “pignolata” messinese è stata ideata dalle Suore della Carità; nel monastero di Valverde a Palermo venivano confezionate le cassate più famose; dalle monache Benedettine di Mazara del Vallo viene tuttora custodita la ricetta segreta dei “muccunetti”; a Patti nel monastero di Santa Febronia dell’ordine delle Clarisse si preparavano i “pasticciotti di carne” e i “cardinali”; dal monastero di Osiglione di Palermo proveniva la torta “trionfo di gola”; e così via.
La pasticceria conventuale, antesignana della vera e propria pasticceria moderna, diffusissima fino al XIX secolo soprattutto in Sicilia, consentiva alle monache di dare libero sfogo alla fantasia, all’immaginazione, alla creatività e costituiva l’unica forma di libertà concessa dentro le mura claustrali, l’unica possibilità di venir meno alle rigide regole del convento, che imponevano loro la mortificazione dei sensi, in ottemperanza alle prescrizioni religiose dell’epoca. In essa, dunque le suore potevano veicolare sotto forma simbolica oltre alle esigenze

Sant'Agata

Sant’Agata

estetiche, artistiche e culturali della loro epoca, anche i propri bisogni di dolcezza e di sensualità, i propri desideri, le proprie istanze represse, espresse a volte con forme e denominazioni che diventavano persino allusive, impertinenti o irriverenti. Come le “minni di Virgini”, pasticciotti a forma di mammelle e dedicati a S. Agata (quale devoto simbolismo in ricordo della tortura subita al seno dalla Santa catanese) dalle suore del Monastero della Vergine. In ogni caso, hanno contribuito nell’arco di vari millenni a dar vita ad un prodotto unico al mondo, perché, come si vede dal preciso e circostanziato excursus fatto dalla Elmo nella prima parte del suo libro, è il risultato di secoli di storia, di miti e leggende, di sacro e profano, di antichi riti pagani e tradizioni religiose. Un prodotto che rappresenta un patrimonio che non può e non deve andare perduto. E, infatti, nell’era della globalizzazione, questo libro esprime l’esigenza dei siciliani di rispolverare la propria complessa identità, di rimarcare le proprie origini e soprattutto copertina-librodi rivendicare una sorta di globalizzazione ante litteram che ha intessuto la storia millenaria dell’isola, di cui la sua arte dolciaria è il simbolo per eccellenza. Quest’ultima, infatti, si presenta come il crogiolo in cui si sono fuse le influenze delle varie culture succedute in Sicilia: un trionfo variegato di colori, profumi e sapori.
L’invito finale dell’autrice a non dimenticare e a tramandare le tradizioni dolciarie verrà certamente seguito, perché i siciliani se le portano dentro, stampate in modo indelebile nel corpo e nell’anima, perché hanno con esse un legame viscerale, intellettuale, culturale e religioso, perchè ai siciliani puoi togliere tutto, ma non “u manciari”.

 

 

Fenia Abate

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